La notte di Umbar


«Segnala alle altre navi che d’ora in poi dobbiamo essere silenziosi come elfi nel Lothlórien. Nessun grido, nessun corno, nessun tamburo. E che si spenga ogni lume, solo le stelle devono brillare nella notte.»

Un lampo di eccitazione attraversò gli occhi grigi di Valcar, che annuì.

«Ricorda agli uomini di seguire il piano» continuò Thorongil. «Abbiamo una sola occasione per sorprendere i pirati.»

«Al vostro comando, mio signore.»

Thorongil guardò il giovane allontanarsi e, quando scomparve nell’oscurità, si voltò e poggiò le mani sul legno liscio e bagnato del parapetto di prora. Il vento gli accarezzò i lunghi capelli e lui lo respirò a fondo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Aveva scoperto che amava navigare, quasi quanto lanciarsi al galoppo per le pianure di Rohan circondato dai signori dei cavalli, la spada in una mano e la lancia nell’altra.

Era una notte senza luna e persino la polena della nave, un’aquila che si protendeva sugli insondabili abissi del Belegaer, si perdeva nel buio. Se i corsari non avevano posto sentinelle a guardia del porto, come era stato riferito dalle spie, non si sarebbero accorti del loro arrivo, non fino a quando le lame dei suoi soldati avessero sparso sangue sulla spiaggia e dato il via al massacro.

Il Sovrintendente Ecthelion si era opposto a questo piano la prima volta che Thorongil lo aveva proposto. I due avevano trascorso ore a discutere nella Torre Bianca di Minas Tirith, alla ricerca di una soluzione agli attacchi dei predoni che si erano impadroniti della Baia di Belfalas, e solo dopo l’ultima incursione, quando il fumo dei villaggi bruciati era arrivato a offuscare persino l’aria di Pelargir, Ecthelion aveva dato il suo consenso all’assalto. Mentre Thorongil studiava i dettagli della strategia, il Sovrintendente aveva dato ordine di intagliare in suo onore una nuova polena sulla nave ammiraglia, pregando i Valar che la flotta fosse forte, veloce e maestosa quanto il suo capitano.

Thorongil chiuse gli occhi e serrò le dita attorno all’elsa della spada. Si concentrò sul respiro per placare il tumulto che gli agitava mente e spirito, come gli era stato insegnato a fare quando uno scontro era imminente.

«Chiudete i vostri cuori alla pietà, perché dal sangue che verserete oggi germoglierà la pace di domani» aveva ordinato ai soldati, celando il peso che gli gravava sull’animo, mentre li arringava prima di salpare. Avrebbe voluto trovare un altro modo per porre fine a quella piaga ma, nonostante i suoi sforzi, non c’era riuscito.

Il porto di Umbar era tra i più maestosi insediamenti costruiti dai Numenoreani e si estendeva su entrambi i lati di una fenditura che, dalla costa esterna, si insinuava fin nel cuore della città in un’infinità di approdi e banchine, magazzini per le merci e locande per i marinai. I pirati, gli avevano riferito, erano soliti ammassare i propri vascelli nei moli occidentali e per questo Thorongil aveva pianificato di sbarcare sulla sponda opposta. Sapeva che non ci sarebbe stato spazio per tutte le cento navi al suo comando e aveva dato ordine alla flotta di avvicinarsi veleggiando compatta, così che i soldati potessero balzare da un ponte all’altro fino a terra per poi correre a incendiare le imbarcazioni nemiche, uccidendo chiunque incontrassero lungo la strada. Lui, con poche truppe scelte, avrebbe raggiunto il palazzo del Governatore per affrontare di persona il comandante dei predoni, l’autoincoronato Re della Baia.

«Taglierò la testa al serpente, così che la coda smetta di agitarsi» aveva detto a Ecthelion, che gli aveva risposto con uno sguardo colmo di reverenza.

Dei passi leggeri, alle sue spalle, lo riportarono alla realtà.

«Ci siamo quasi, capitano» sussurrò Valcar con un filo di voce.

Thorongil aprì gli occhi.

Il Bianco Pilastro, il monumentale faro di Umbar, era ormai vicino.

L’approdo fu silenzioso, come Thorongil aveva pianificato. La notte si era posata sulla città da ormai molte ore e chi non sonnecchiava ubriaco in una taverna dormiva nel proprio letto o in quello di un’amante. Persino i prigionieri, rapiti durante le razzie e obbligati a servire i loro carcerieri, si erano ritirati negli spogli giacigli da cui sognavano la libertà in un sonno bagnato di lacrime e solo un vento leggero sussurrava nel silenzio.

Thorongil, che avanzava di corsa nell’oscurità, non si voltò a guardare quando la luce delle navi incendiate lo raggiunse e gli indicò la via verso il cuore di Umbar. Il fumo e le fiamme ridiedero voce alla città, che si svegliò confusa e nel panico, incapace di difendersi dai soldati dai bianchi vessilli. Senza più bisogno di nascondersi nelle ombre, i guardiani di Gondor sfondarono a una a una le porte delle case e tagliarono la gola ai nemici storditi dal sonno e dal vino, abbatterono chi si affacciava per le strade e soffocarono ogni resistenza prima che si organizzasse in una strenua difesa. Anche chi si parò innanzi a Thorongil cadde, senza rallentare la sua avanzata.

«Avanti, amici miei, con me!» gridò lacerando a sua volta il silenzio. Felasar, Valcar, Eldamir e Ciron, alle sue spalle, risposero in coro:

«Gondor! Gondor! Gondor!»

La dimora del Governatore era un’enorme struttura in pietra bianca edificata su un’acropoli circondata da alte mura. Sarebbe servito l’intero esercito per prenderla d’assalto, ma tanto grande era l’arroganza del re della Baia che il grande cancello d’acciaio nero era aperto e sguarnito e offriva un silenzioso invito a essere oltrepassato. I cinque lo attraversarono di slancio e risalirono il colle, con il cuore che scalpitava nel petto, il sudore che colava tra i capelli e bruciava negli occhi. Raggiunsero l’ingresso senza incontrare resistenza.

«Fate attenzione, ora» sussurrò Thorongil una volta giunti al portale di quercia. Lasciò che i suoi compagni riprendessero fiato dopo la lunga corsa, approfittando della sosta per ricordar loro quali pericoli li attendevano.

«Il re dei corsari sarà pronto ad accoglierci e con lui le sue guardie. Si nasconderanno dietro alle colonne e negli angoli bui, pronti a sorprenderci alle spalle. Abbiate occhi in ogni direzione e non fate un passo se non siete sicuri.»

«Sì, capitano!»

«Sguainate le spade e siate pronti! Sangue e morte ci aspettano oltre questa porta, fate che siano quelli dei predoni che tanto a lungo hanno infestato questa baia! Siate la luce che disperde le tenebre, amici miei, e portiamo loro la giustizia di Gondor!»

Ci volle meno di un’ora per passare a fil di spada tutti i nemici.

Quando Thorongil si affacciò alla finestra dell’enorme sala occupata dal capitano pirata, il sangue che gli copriva il viso appariva, alle lontane luci degli incendi nel porto, più nero che vermiglio. Ne erano intrisi la cotta di maglia e la cappa con la stella ricamata, la barba e i capelli. Le mani, quando aveva conficcato la spada nel cuore dell’ultimo corsaro ancora in piedi, ne erano tanto coperte che aveva faticato a staccare le dita per lasciare l’elsa ricoperta di cuoio intrecciato.

Dietro di lui, i suoi compagni festeggiavano mostrandosi a vicenda lievi ferite e raccontando dei gloriosi colpi inferti, senza intuire quanto rabbuiasse l’animo del loro capitano l’aver sparso tanta morte, seppur tra i predoni.

«Perdonatemi per aver colto le vostre vite. Io vi perdono per avermi costretto a farlo» mormorò in Sindarin.

Dopo aver lasciato che si placasse l’euforia della vittoria, chiamò a sé i quattro giovani nobili che più di tutti gli erano stati vicini in quegli anni al servizio di Gondor.

«Abbiamo vinto» disse, «ma sogno il giorno in cui non dovremo combattere. Non sta agli uomini amministrare la morte. Questa notte la Bianca Torre festeggia un trionfo, ma Ilúvatar piange troppi figli.»

Si concesse un triste sorriso e fece loro cenno di seguirlo verso il porto.

Fu una camminata lenta e silenziosa. Persino Felasar, il più allegro e spensierato tra i suoi seguaci, sembrava aver compreso la solennità del momento e tratteneva le consuete risa e battute dietro un’espressione pensosa che di rado aveva indossato nella sua giovane vita.

Più si avvicinavano ai moli e più aumentavano i cadaveri ai lati delle strade, le armi abbandonate nella fuga, i rossi disegni che gli schizzi di sangue tracciavano sul candore delle case. Thorongil scorse visi spaventati spiarli da dietro le tende delle finestre e oltre le porte socchiuse, udì pianti sommessi e passi leggeri di donne e bambini in fuga nei vicoli, prigionieri finalmente liberi che si nascondevano chiedendosi se temere o accogliere con gioia gli invasori.

«Valcar, corri al porto e fa suonare l’inno di Gondor» comandò. «Che tutti, in città, sappiano di essere al sicuro.»

«Il tuo ordine è la mia volontà, capitano.»

Giunti al bivio per il Bianco Pilastro, che da un colle incombeva sulla baia, ordinò a Eldamir e Ciron di raggiungere il faro e segnalare la vittoria al messaggero che attendeva notizie in alto mare, coprendo e scoprendo per tre volte il cristallo nero che di giorno assorbiva e di notte rilasciava la luce del sole.

Era ormai a pochi passi dal porto.

Le truppe lo attendevano festanti e si schierarono al suo arrivo, invocando con gioia il suo nome vittorioso.

Thorongil salì sul rostro dell’ammiraglia e li ringraziò per la vittoria con un breve discorso.

«Tornate ai vascelli e dormite per qualche ora» ordinò infine. «Domani ci aspetta molto lavoro.»

La notte non durò che un battito di ciglia.

Al risveglio, Thorongil trovò un messo che lo attendeva sul ponte, giunto con la più veloce tra le navi rimaste a Gondor recando una missiva scritta a mano dal Sovrintendente in persona.

“Mio capitano,” recitava la lettera, “la Bianca Torre non era grande abbastanza per contenere la mia ansia di conoscere l’esito dell’incursione e ho raggiunto la foce dell’Anduin a bordo dell’Alcarondas II, dove l’apprensione mi ha sottratto il sonno fino all’arrivo del vostro messaggero. Solo allora si sono placati i timori che agitavano il mio animo, concedendomi infine di respirare. Se i Valar vorranno, questa nota vi troverà ancora addormentato e le mie parole accompagneranno il vostro risveglio.

Un nuovo Governatore sarà presto in viaggio per Umbar con il compito di sollevarvi dagli impegni nella Baia, ma non vi scrivo per informarvi di questo. Non solo, almeno. Sin da quando siete giunto all’ombra della Torre, il cuore mi ha suggerito che non foste un capitano come gli altri e ogni vostra impresa non ha fatto altro che confermarmelo. Questa vittoria è stata l’ultimo segno, quello che ho chiesto con le mie preghiere e che i Valar hanno accettato di inviarmi.

So chi siete.

Vi hanno tradito la nobiltà del vostro spirito, l’acutezza della vostra mente, la maestria con cui brandite la spada. Comprendo i motivi della vostra ritrosia nel rivelarvi, ma non posso più fingere di non conoscere la verità. Voi, mio signore, siete Aragorn Elessar, figlio di Arathorn, erede di Isildur, sire dei Dùnedain e legittimo re di Gondor. E io, Ecthelion II, figlio di Turgon, Sovrintendente regnante sul seggio della Bianca Città, sono pronto a porre la corona sul vostro capo e rimettere a voi i miei poteri. Ho pregato perché accadesse e, come ogni altro suddito, attendo con ansia il vostro ritorno. Il ritorno del Re.”

Thorongil posò la lettera con un sospiro. Sapeva che sarebbe successo e sospettava da tempo che Ecthelion si stesse ponendo domande sulla sua identità, ma sperava di passare ancora qualche mese, se non alcuni anni, nelle sale di Minas Tirith. Non era ancora il momento di reclamare il trono dei suoi avi: troppi impegni lo attendevano, troppe prove da affrontare per mostrarsi degno del sangue che gli scorreva nelle vene. Già sentiva per Gondor la stessa nostalgia che provava per Gran Burrone. Non temeva quello che avrebbe dovuto fare per meritare di tornarvi, ma il suo cuore non lo agognava.

Prese una decisione e il suo viso dipinse lo stesso, mesto, rassegnato sorriso che aveva disegnato la notte precedente.

Avrebbe atteso il nuovo Governatore per cedergli il dominio sulla città e il comando sui soldati, e sarebbe poi tornato a Pelargir con i suoi amici più intimi. Lì avrebbe affidato loro il messaggio d’addio per il Sovrintendete e chiesto una chiatta per attraversare l’Anduin.

Il suo tempo a Gondor era finito e le Montagne dell’Ombra lo attendevano.